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Non esiste alcun secolo asiatico senza un'istituzione panasiatica Non esiste alcun secolo asiatico senza un'istituzione panasiatica
by Dr. Anis H. Bajrektarevic
2012-06-10 10:25:19
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Per più di un decennio molte tra le più autorevoli riviste accademiche hanno pubblicato numerosi articoli, dove si profetizzava il XXI secolo come il secolo del continente asiatico. La motivazione trova solitamente fondamento nella formidabile crescita economica, nell’incremento di produzione e volumi di commercio, come quello di riserve in valuta estera e di esportazioni di molti paesi asiatici. Tali stati sono caratterizzati da elevata densità abitativa, con circa 1/3 della popolazione mondiale totale residente solamente in due paesi del continente asiatico, il continente al mondo più esteso per dimensioni geografiche. Tuttavia la storia insegna anche che centri di potere economico e/o demografico tendono ad espandersi nelle proprie periferie, specialmente quando la periferia si trova in una posizione di debolezza, rispetto al centro. Tale relazione significa che qualsiasi cambiamento del potere economico e demografico (assoluto o relativo) di uno dei soggetti protagonisti delle relazioni internazionali potrebbe condizionare l’equilibrio dei poteri esistente nell’area, così come influenzare le relazioni che sostengono tale equilibrio  nel  teatro asiatico (struttura implicita o esplicita).

Quale è lo stato delle strutture di sicurezza in Asia? Quale è la capacità esistente della diplomazia preventiva e quali sono gli strumenti a disposizione, quando si presentano situazioni di allarme/prevenzione, di valutazione e risoluzione dei fatti, meccanismi di scambio, riconciliazione e di costruzione della fiducia sullo scenario asiatico?

A differenza di tutti gli altri principali scenari globali che dispongono di sistemi pan- continentali da diversi decenni, come l’Organizzazione degli Stati Americani (OAS), l’Unione Africana (AlU) e, per quanto riguarda l’Europa, come il Consiglio d’Europa e l’OSCE, lo stato attuale della situazione del più grande continente al mondo è, invece, molto diverso. Da uno sguardo allo scenario asiatico appare, quindi, chiara la totale assenza di una struttura panasiatica di sicurezza/multilaterale. Le strutture di sicurezza prevalenti sono, infatti bilaterali e per lo più asimmetriche. Tali relazioni assumono  varie forme: dai trattati di sicurezza di non aggressione, fino a realtà meno definite e formalizzate  o ad accordi stipulati Ad hoc su materie specifiche. La presenza di istituzioni multilaterali regionali è limitata a poche realtà nel continente asiatico e, anche in tali casi sporadici, difficilmente i temi di sicurezza  rappresentano elementi portanti negli accordi esistenti fra paesi asiatici. Un’altra caratteristica evidente della scena asiatica è che la maggior parte delle relazioni di sicurezza bilaterali riguardano, da un lato, uno stato asiatico e, dall’altro lato, un paese periferico o subalterno. Tale relazione non paritaria definisce, quindi, la natura asimmetrica fra i due poli in questione, un centro forte e una periferia debole. Gi esempi di tali accordi bilaterali sono molto numerosi: USA - Giappone, USA – Corea del Sud, USA- Singapore, Russia – India, Australia - Timor Est, Russia – Corea del Nord, Giappone - Malesia, Cina – Pakistan, USA- Pakistan, Cina – Cambogia, USA – Arabia Saudita, Russia – Iran, Cina – Burma, India – Isole Maldive, Iran – Siria, Corea del Nord – Pakistan, etc.

Possiamo, quindi, affermare che l’Asia odierna ricorda l’Europa passata. Il continente asiatico combina, infatti, caratteristiche dell’età pre-napoleonica, post-napoleonica e  della Lega delle Nazioni della storia contemporanea europea. Quali sono le lezioni che si possono trarre dai trascorsi europei? Alcune sono a noi oggi ben evidenti. Il generale Bismark riuscì a combinare la grande crescita economica, demografica e militare, così come l’espansione territoriale della Prussia, attraverso una lungimirante architettura di complesse reti di accordi di sicurezza  bilaterali nell’Europa del XIX secolo. Come nel caso dell’Asia odierna, anche la situazione europea non offriva un sistema di sicurezza istituzionalizzato, bensì una leadership accorta e abile, capace di combinare rapidità decisionale, espansione militare e mantenimento dei risultati. La scelta del nuovo Kaiser di rimuovere Bismark, il Cancelliere di ferro, destabilizzò lo scenario europeo e la stabilità creata dalla Realpolitik prussiana, creando in tal modo i presupposti per trascinare l’Europa in due devastanti conflitti mondiali.. La stessa incapacità di gestire una Germania potente si sarebbe poi ripresentata a Hitler e al nuovo establishment nazionalsocialista.

Le aspirazioni e costellazioni di alcune potenze asiatiche di oggi ricordano la situazione dell’Europa nell’epoca pre-napoleonica, quando il blocco unificato e universalista del Sacro Romano Impero subiva le contestazioni degli sfidanti allo status quo vigente. Tali oscillazioni centripete e centrifughe in Europa provocarono conseguenze devastanti sullo scenario europeo: così come il Cardinale Richelieu e i Giacobini francesi riuscirono a emanciparsi, Napoleone III e la Francia pre Seconda Guerra Mondiale, s’isolarono, creando in questo modo i presupposti per l’attacco tedesco al cuore dell’Europa. Infine nello scenario regionale asiatico si ritrovano somiglianze con l’Europa dopo l’epopea  napoleonica: in particolare dell’Europa tra il Congresso di Vienna (1815) e l’anno dei moti rivoluzionari del 1848. Osserviamo ora gli equilibri più rilevanti nell’area asiatica.

La principale forma di partecipazione nella regione asiatica trova espressione nell’APEC, un’organizzazione che riunisce entrambe le coste del Pacifico. Si tratta di un forum di interessi economici, e non di stati sovrani, una sorta di prep-com, di camera d’attesa all’ingresso al WTO. Per usare le parole di un diplomatico di Singapore di lunga esperienza che ho incontrato recentemente a Ginevra alla mia domanda: “ quale è la vostra opzione in questa sede? Firmare il FTA, affiancare gli USA, registrarsi a FaceBook e continuare a fare acquisti online senza problemi..”.

Altre due strutture trasversali, l’OIC e il NAM, (il primo con un segretariato permanente, mentre il secondo senza,) rappresentano corpi multilaterali politicamente ben presenti nell’area asiatica. Si tratta, tuttavia, di forum inadeguati, dato che nessuna delle due assemblee dispone di un mandato preciso sui temi di sicurezza.  Anche se tali due entità transcontinentali presentano un’adesione molto estesa (essendo il secondo e terzo sistema multilaterale più ampio, giusto dietro l’ONU), non sono, tuttavia, in grado di rappresentare l’intero panorama politico asiatico, dato che molti stati importanti non sono ne sono membri e, in alcuni casi, si oppongono a tale sistema multilaterale.

Inoltre bisogna menzionare il KEDO (Nucleare) e il Gruppo di contatto (detto anche Quartetto/Gruppo 5+1) relativo alla minaccia iraniana in materia nucleare. In entrambi i casi i temi trattati dai rispettivi gruppi riguardano la sicurezza, ma le tematiche sono affrontate con un approccio asimmetrico per limitare e contenere uno stato singolo attraverso un fronte più ampio di stati periferici che si oppongono a una politica di sicurezza particolare, come in questo caso specifico,della Corea del Nord e dell’Iran. La stessa situazione si ebbe con il SEAT, un’organizzazione di difesa di breve durata, la SEA, dissolta non appena la minaccia imminente del comunismo penetrò lentamente nell’Indocina francese.

Se alcuni degli scenari descritti sono una reminiscenza dell’ Europa pre-napoleonica, la SCO e il GCC ricordano l’Europa post-napoleonica e l’Alleanza delle corti europee conservatrici guidate da Metternich. Entrambi gli assetti furono creati dietro il pretesto di una minaccia esterna comune (ideologica e geopolitica), sulla considerazione condivisa di mantenere lo status quo in materia di sicurezza. L’asimmetrico GCC rappresentava  una realtà indotta dall’esterno, attraverso cui un alleato chiave degli USA in Medio Oriente, l’Arabia Saudita, unì l’insieme delle monarchie della penisola arabica. Il GCC rispondeva a un duplice intento. Originariamente, per limitare l’avvento del panarabismo marxista di Nasser che stava introducendo un governo egalitario di tipo repubblicano in Medio Oriente. Inoltre, dopo la rivoluzione del 979, si trattò anche di uno strumento di contro-bilanciamento all’influenza iraniana nel Golfo e nel più ampio scenario mediorientale. La risposta alla primavera araba del 2011 in Medio Oriente (compresa lo spiegamento di truppe saudite in Bahrein e, anche, l’analisi del ruolo influente del network Al Jazeera, con base nel Qatar e sostenuta dal GCC) rappresenta la miglior prova della reale natura del mandato del GCC.

La SCO rappresenta, invece, un assetto nato da motivazioni interne all’area interessata e con una maggiore simmetria di forze[1], rispetto al GCC. Nacque in seguito a un riavvicinamento strategico di Russia e Cina (per la prima volta nella storia moderna si tratta di  una relazione paritaria), con lo scopo di attenuare concorrenti esterni (USA, Giappone, Corea, India, Turchia e Arabia Saudita) e di mantenere le risorse, il territorio, la cultura socio-politica attuale e il regime politico nell’Asia Centrale, così come la vette del Tibet e la provincia dello Xinjiang Uighur in linea.

Il prossimo scenario da considerare è il raggruppamento SAARC nel subcontinente indiano. Quest’organizzazione dispone di un mandato ben definito, come di un segretariato qualificato e capace. Tale organizzazione ricorda molto, tuttavia la Lega delle Nazioni. La Lega viene ricordata come un assetto altruistico che fallì più volte a rispondere in maniera adeguata alle domande di sicurezza dei propri membri, così come alle sfide e alle pressioni di parti tenute fuori dal al sistema (come il caso della Russia fino agli anni’30 e quello singolare degli USA, restati volontariamente al di fuori della Lega e , nel caso specifico del SAARC, pretendenti come Cina, Arabia Saudita e USA). Il SAARC si trova in realtà ostaggio del confronto fra i suoi due principali membri , nonché due potenze nucleari: India e Pakistan. Entrambi i due attori lanciano sfide sul piano geopolitico e ideologico (l’esistenza di uno dei due, presuppone la negazione dell’altro; per esempio il nazionalismo religioso del Pakistan rappresenta il rifiuto più totale alla società multiculturale della vicina India, e viceversa). Inoltre, nonostante il SAARC nasca da esigenza interne all’area, si tratta, comunque, di un’organizzazione asimmetrica. Il motivo principale non riguarda solamente le dimensioni indiane, ma soprattutto la posizione dello stato indiano: la centralità dell’India rende, infatti, praticamente impossibile al SAARC di operare in qualsiasi campo, senza il diretto consenso dell’India, sia che si tratti di commercio, comunicazione, politica o sicurezza.

Per promuovere un serio avanzamento del multilateralismo e della fiducia comune, la volontà di compromesso e raggiungimento di un comune denominatore attraverso una co-esistenza attiva diventano le uniche chiavi possibili. Risulta, infatti, molto difficile costruire un comune corso di azione attorno agli stati membri più forti e centrali. Le realtà economiche più forti eviterebbe l’interpretazione del contenimento da parte dei grandi o la dipendenza dal suo centro da parte dei suoi membri minori e periferici.

Infine, troviamo l’ASEAN – un raggruppamento di dieci stati del Sud-Est Asiatico[2] che esercitano la politica equilibrata multi - vettoriale (basata sul principio della non interferenza), sia all’interno che all’esterno della regione sud-est asiatica. Tale organizzazione, con quartiere generale a Jakarta[3], in Indonesia, presenta un passato dinamico e un’attività presente ambiziosa. Si tratta di un assetto indotto da forze interne  e relativamente bilanciato con i membri principali situati attorno al proprio centro geografico (come nel caso dell’equilibrio all’interno dell’UE con Germania-Francia/Gran Bretagna-Italia/Polonia-Spagna che si bilanciano a vicenda). Situato sull’asse geografico del fianco meridionale del continente asiatico, il cosiddetto triangolo Thailandia-Malesia-Indonesia rappresenta il perno dell’ASEAN, non solo in termini economici e di comunicazione, ma anche per il proprio peso politico nell’area. La Road Map della Comunità ASEA (2015), su modello UE, assorbirà, infatti, la maggior parte dell’energia dell’Organizzazione[4]. L’ASEAN, tuttavia, ha disposto i lavori in modo d’aprire il proprio forum per il/i gruppo/i 3+3 e, in una forum pan-asiatico.

Prima di terminare la nostra breve panoramica sul continente asiatico, dobbiamo menzionare due forum informali inaugurati recentemente, entrambi basati su domande esterne per una condivisione di confine. Il primo, con un nome coniato dai banchieri di Wall Street[5], BR(I)C/S, comprende due delle principali potenze asiatiche, in termini economici, demografici e politici (India e Cina), e una periferica all’area (Russia). Indonesia, Turchia, Arabia Saudita, Pakistan, Kazakhstan, sono alcuni altri paesi asiatici che per orgoglio nazionale e interesse pragmatico manifestano interesse all’adesione al BRIC. Anche il G-20, l’altro forum informale, si basa su accordi ad hoc (pro bono) che rispondono all’esigenza del G-7 di raggiungere una maggiore approvazione e sostenere le proprie azioni monetarie (accordo di scambio monetario) e finanziarie (austerity) introdotte a seguito della crisi finanziaria, non ancora terminata. Il BRIC e il G-20 non hanno, comunque, fornito agli stati asiatici partecipanti un aiuto per limitare le pressioni delle periferie indigene, nonostante una maggiore presenza nelle sedi istituzionali internazionali di Bretton Woods. Facendo appello all’orgoglio nazionale, tuttavia, i due forum citati potrebbero spostare le risorse e l’attenzione degli stati asiatici dalle proprie pressioni interne e pan-continentali.

Oltre alla macchina della commissione per il disarmo dell’ONU, con base a Ginevra, del Consiglio di Sicurezza, OPEW, IAEA e persino dell’ASEAN (come l’assetto più strutturato in Asia), i paesi asiatici non dispongono ancora di un forum adatto per risolvere le proprie questioni di sicurezza. Al momento un’organizzazione simile al Consiglio d’Europa o all’OSCE pare ancora molto lontana dal realizzarsi nel continente asiatico.

La nostra storia ci mette in guardia e allo stesso tempo fornisce una speranza. L’Europa precedente alla CSCE (Convenzione di Helsinki) era, infatti, un posto pericoloso dove vivere. La linea geopolitica e ideologica di default stava passando attraverso il cuore dell’Europa, tagliandolo a metà. L’Europa meridionale era retta da ben note dittature: Grecia (la Giunta dei Colonnelli), Spagna (Franco) e Portogallo (Salazar). La Turchia subiva, invece, il controllo dell’onnipotente establishment militare, che si invertì in Albania e vedeva nel caso di Tito un membro del Patto dei Non Allineati (di orientamento non-europeo), come la Yugoslavia. Due strumenti della presenza militare di USA (la NATO) e dell’URSS (il Patto di Varsavia) in Europa mantenevano eserciti stabili, arsenali convenzionali e non, come l’armamento ABA e i sistemi di deterrenza reciproca, uno accanto all’altro. I confini europei non erano mutualmente riconosciuti. In breve, l’Ovest rifiutava anche solo di riconoscere molti dei governi dell’Europa Orientale, satelliti della nemica URSS.

Al momento in Asia si trova difficilmente un singolo stato che non presenti una disputa territoriale nel proprio vicinato. Dal Medio Oriente al Mar Caspio, dall’Asia Centrale al sub-continente indiano, passando per l’Indocina o l’arcipelago SEA, fino al Tibet, al sud del mare cinese e all’Estremo Oriente, troviamo molti stati alle prese con dispute territoriali, più o meno impegnative. Solamente il Mare della Cina del Sud offre, per esempio, più di una dozzina di contese territoriali, dove nella maggior parte dei casi si vede la Cina premere sulle periferie per porre fine all’accerchiamento in atto da tempo. In tale mare si trova, inoltre, Taiwan, un’economia significativa, un territorio insulare in un limbo legale, che attende il momento di un consenso esteso in sede di accordi panasiatici e internazionali su quante Cine l’Asia dovrebbe avere.

Questioni territoriali irrisolte, irredentismi sporadici, armamento convenzionali, ambizioni nucleari, conflitti sullo sfruttamento e l’accesso ai giacimenti petroliferi in mare, come ad altre risorse naturali, compreso l’accesso all’acqua potabile e alla sua fornitura rappresentano enormi fonti di stress alla sicurezza esterna e alla stabilità dell’Asia. Ulteriori pressioni provengono da problematiche ambientali emergenti, vere e proprie minacce alla sicurezza, non solo del piccolo stato del Pacifico di Tuvalu[6], ma anche per paesi come Maldive, Bangladesh, Cambogia, regioni della Thailandia, dell’Indonesia, del Kazakhstan, delle Filippine, etc[7].

Tali problematiche, combinate con le dinamiche economiche e demografiche[8] che investono la regione, fanno dell’Asia un vero attore principale nelle relazioni internazionali.

Se risulta del tutto inappropriato paragonare la dimensione dell’Asia con quella dell’Europa (essendo la seconda più un’estensione dell’enorme massa asiatica, una specie di penisola asiatica occidentale), pare, invece, comparabile lo spazio di manovra interstatale. Lo spazio tra le maggiori potenze dell’Europa post-napoleonica era altrettanto stretto per qualsiasi manovra come lo è del resto oggi quello per ogni manovra di sicurezza di Giappone, Cina, India, Pakistan e Iran.

Vediamo ora brevemente le peculiarità delle costellazioni nucleari in Asia. Osservando le analogie storiche, riscontriamo echi dell’epoca di monopolio nucleare americano e gli anni dei disperati tentativi russi di raggiungere la parità.

Oltre a detenere enormi quantitativi di armamenti convenzionali e un elevato numero di eserciti regolari, l’Asia ospita quattro (più alla sua periferia Russia e stato d’Israele) delle nove potenze nucleari conosciute (dichiarate e non dichiarate). Solamente Cina e Russia sono membri del NPT (Trattato di Non Proliferazione), mentre dall’altro lato la Corea del Nord ne è uscita nel 2003 e India e Pakistan, entrambi potenze nucleari dichiarate, hanno rifiutato di firmare il Trattato. L’Asia, inoltre, rappresenta l’unico continente, dove le armi nucleari sono state impiegate.

Come risulta ben noto, l’apice della Guerra Fredda fu contrassegnato dal confronto geopolitico ed ideologico tra le due super potenze nucleari, le quali disponevano di un arsenale nucleare on grado di oscurare quanto posseduto da tutte le altre potenze nucleari messe assieme). Anche se risultava difficile persino a USA ed URSS conoscere esattamente la potenza nucleare del rispettivo nemico[9], le due potenze si trovavano non sol ai poli opposti del globo, ma nel corso degli anni non ci furono neanche dispute territoriali e conflitti armati diretti.

Inoltre la costellazione nucleare asiatica è ancora più specifica, dato che ogni detentore di nucleare presenta una storia di ostilità (scontri armati e confronti su questioni territoriali irrisolte lungo i confini condivisi), combinata con rivalità ideologiche perdurate nel tempo. L’URSS visse frizioni armate con la Cina in per la demarcazione del lungo confine che correva fra le de potenze. La Cina ha combattuto una guerra con l’India ed ha acquisito un guadagno territoriale significativo. L’india a sua volta quattro guerre reciproche con il vicino Pakistan a causa della regione contesa del Kashmir e di altre dispute territoriali di confine. Infine, la penisola coreana ha visto direttamente il confronto militare di Giappone, URSS, Cina e USA sul proprio territorio, rimanendo tutt’ora una nazione spaccata sotto a un conflitto ideologico. Sul lato occidentale del continente Euroasiatico, nemmeno Francia, Gran Bretagna, Russia e USA hanno una storia (recente) di conflitti armati. Tali stati non condividono neanche un confine territoriale.

Infine, solo India e Russia post-sovietica dispongono di un pieno controllo civile sul proprio esercito e l’autorizzazione al dispiegamento di forza nucleare. Nel caso della Corea del Nord e della Cina, invece, il controllo è oggi esercitato da una leadership comunista imprevedibile e non trasparente, lontano da un processo decisionale democratico. In Pakistan si trova completamente nelle mani di onnipresenti vertici militari. Il Pakistan ha vissuto sotto un governo militare per più della metà della propria esistenza come stato indipendente.

Quello che eventualmente tenne lontano USA e URSS dal ricorrere ad armi nucleari fu la lotta pericolosa e rischiosa della cosiddetta “mutua distruzione assicurata”. Già alla fine degli anni ’50, entrambe le parti raggiunsero la parità nel numero e tipo di arsenale nucleare, come del resto nel numero e nella precisione dei rispettivi sistemi di consegna. Entrambe le potenze produssero, infatti, abbastanza armamenti, depositi segreti e siti di lancio per poter sopravvivere tranquillamente al primo impatto e per mantenere una capacità di seconda risposta, in caso di attacco[10]. Una volta chiaro che né l’attacco nucleare preventivo, né quello non preventivo avrebbero portato a una vittoria decisiva, ma avrebbero piuttosto condotto a un olocausto nucleare globale e alla mutua distruzione totale, gli Americani e i Sovietici raggiunsero un equilibrio del terrore attraverso la deterrenza azzardata. Sebbene non si trattasse di una parità condivisa, ma della non intesa MAD (con il suo effetto tranquillizzante dovuto alla deterrenza di armi nucleari, se possedute in quantità sufficiente, non facilmente valutabili dall’esterno), si arrivò a una quanto bizzarra situazione di stabilità pacifica fra le due super potenze.

Come notato, l’arsenale nucleare presente in Asia è considerato modesto[11]. Il numero di depositi, siti di lancio e sistemi di consegna non sono sufficienti e nemmeno altrettanto sofisticati per offrire una capacità di risposta in caso di attacco. Tale realtà compromette seriamente stabilità e sicurezza: un attacco nucleare preventivo o non preventivo a uno stato nucleare o non nucleare potrebbe essere contemplato come decisivo, specialmente nella Corea del Sud e nella penisola coreana, senza dimenticare di menzionare il Medio Oriente[12].

Una generale conoscenza della geopolitica assume la potenzialità di minaccia orisponde necessariamente al vero:la vicinanza geografica delle potenze nucleari asiatiche significa un minore tempo di volo per gli eserciti e un altrettanto breve periodo decisionale per affrontare gli avversari. Un pericolo serio e significativo di guerra nucleare accidentale risulta, quindi, uno scenario possibile. Uno dei più grandi pensatori e filosofi del XX secolo, Erich Fromm scrisse: “l’uomo può solo andare avanti sviluppando la (sua) ragione, attraverso la ricerca di una nuova armonia…”.[13]

Esiste sicuramente una lunga strada dalla visione e saggezza a un impegno politico chiaro ed accordi condivisi. Una volta raggiunta, tuttavia, gli strumenti operativi sono pronti all’uso. Il caso dell’Europa di Helsinki risulta molto istruttivo. Ad essere sinceri, fu la sovra estensione delle due superpotenze che si contestarono l’uno alla’altra su tutto il globo a portarle eventualmente al tavolo di negoziato. Un ruolo importante fu giocato anche dal costante richiamo dell’opinione pubblica che allertò i governi su entrambi i lati della cortina di ferro. Una volta definite le considerazioni politiche,  i tecnicismi presero tempo: all’inizio ci fu il mutuo riconoscimento paneuropeo dei confini che calmarono tensioni di vecchia data. La cooperazione politico-militare fu collocata nel cosiddetto primo cesto (basket) della conferenza di Helsinki, il quale includeva ispezioni militari condivise, meccanismi di scambio, costante flusso d’informazione, strumenti preventivi di allarme, meccanismi volti a misure di costruzione della fiducia (confidence-building) e un raggruppamento stabile di stati rappresentativi (il cosiddetto Consiglio Permanente), In seguito un importante tema fu collocato nel cosiddetto secondo cesto, il forum che collega temi economici ed ambientali, proprio quelle tematiche così interessanti oggi per l’Asia.

Il terzo cesto OSCE era una fonte di controversie negli anni passati, per lo più dovute all’interpretazione dei mandati. Tuttavia la nuova ondata di nazionalismo (che spesso sostituisce il comunismo), le cariche emotive e le paure residue del passato, la formazione estesa e dinamica della classe media asiatica (le cui passioni e affiliazioni sfiderà inevitabilmente le proprie elite interne e porrà domande alle loro politiche internazionali), e la relativa ricerca di un nuovo consenso sociale, tutto questo potrebbe essere indicato come una sorta di terzo basket asiatico. Un’ulteriore crescita socio-economica in Asia è chiaramente impossibile senza la creazione e la mobilitazione di una classe media forte – un segmento della società che di fronte alle novità sull’orizzonte socio-politico è tradizionalmente molto esposto e vulnerabile a cambiamenti distruttivi. A qualsiasi grado. ci sono molti stati asiatici[14] tra gli osservatori OSCE: dalla Thailandia alla Corea , al Giappone (con l’Indonesia, una nazione che sta considerando al momento l’adesione al forum). Tali stati stanno traendo beneficio dalla loro partecipazione.[15]

Il più esteso continente al mondo dovrebbe, quindi, considerare la creazione di un suo proprio meccanismo multilaterale panasiatico. In tal modo, potrebbe seguire la visone e lo spirito di Helsinki. Dal punto di vista degli assetti, l’Asia potrebbe rivisitare attentamente gli esempi di forum offerti dal ben progettato SAARC e dall’ambizioso ASEAN[16]. Dall’esame di tali due organismi regionali, l’Asia può trovare e, sapientemente calibrare, l’equilibrio appropriato tra estendere e approfondire il mandato (di sicurezza) di tali future organizzazioni multilaterali , dato il numero di stati, come anche la gravità delle pressioni socio-politiche e delle sfide ambientali e politico militari.

Nell’età del successo senza precedenti e nella prosperità imparagonabile dell’Asia, un accordo multilaterale panasiatico interno si presenta come un’opportunità. Contestualizzando la famosa frase di Hegel: “libertà è….un’intuizione alla necessità”, fatemi concludere affermando che la necessità di un’organizzazione panasiatica appare molto urgente.

Chiaramente, non c’è emancipazione del continente, non esiste alcun secolo asiatico, senza un sistema multilaterale asiatico.

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Prof. Anis H. Bajrektarevic, Chairman Intl. Law & Global Pol. Studies

Vienna, 16 NOV 11

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Traducido do original:

Bajrektarevic, A. (2011) No Asian century without the pan-Asian Institution, Post Script  THC, Jakarta 8:, 

par  Sarah Ashauer

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Ringraziamento

Nel decennio passato, ho organizzato le visite informative di oltre cento ambasciadori stranieri alla mia facultá, dai quali piú di trenta persone provenivano dall‘Asia . Molti di loro sono impiegati di stato in una posizione elevata (come per esempio la veste del Ministro degli Esterni).

Non sarebbe opportuno in questo contesto di citarli per nome. In ogni caso  vorrei ringraziare per tutti i discorsi e l’incontri che hanno aviato questo processo. Alla fine vorrei nominare le persone influenzando la redazione di questo articolo con il loro contributo intelletuale e il loro atteggiamento ispirante e costruttivo.

H.E. Mr. Dato’ Misran KARMAIN, the ASEAN Deputy Secretary General

H.E. Mr. I Gusti Agung Wesaka PUJA, Indonesia’s Ambassador and Permanent Representative to the UN and other IO’s in Vienna

H.E. Ms. Nongnuth PHETCHARATANA, Thai Ambassador and Permanent Representative to the OSCE, UN and other IO’s in Vienna

H.E. Ms. Linglingay F. LACANLALE, the Philippines’ Ambassador to Thailand and the UN ESCAP

H.E. Mr. Khamkheuang BOUNTEUM, Laos’ Ambassador and Permanent Representative to the UN and other IO’s in Vienna

H.E. Mr. Ba Than NGUYEN, Vietnam’s Ambassador and Permanent Representative to the UN and other IO’s in Vienna

H.E. Mr. Ibrahim DJIKIC, Ambassador and former OSCE Mission Head to Ashgabat

En todo caso, los puntos de vista son expresados y valorados por opinión del propio autor.

Referenze:

Duroselle, J.B. (1978) Histoire Diplomatique – Études Politiques, Économiques et Sociales, Dalloz Printing Paris (first published 1957)

Bajrektarevic, A. (2007) Verticalization of Historical Experiences: Europe’s and Asia’s Security Structures – Structural Similarities and Differences, Crossroads, The Mac Foreign Policy Journal, Skopje (Vol. I Nr. 4) 

Mahbubani, K. (2008) The New Asian Hemisphere, Public Affairs (Perseus Books Group) (page: 44-45)

Bajrektarevic, A. (2008) Institutionalization of Historical Experiences: Europe and Asia – Same Quest, Different Results, Common Futures, Worldviews and the Future of Human Civilization, (University of Malaya, Kuala Lumpur, November 2008) Malaysia 

Sagan, S.D. and Waltz, K.N. (2003) The Spread of Nuclear Weapons: A Debate Renewed,   (page: 112)

Fromm, E. (1956) The Art of Loving, Perennial Classics, (page: 76)

Bajrektarevic, A. (2005) Destiny Shared: Our Common Futures – Human Capital beyond 2020, the 5th Global Tech Leaders Symposium , Singapore-Shanghai March 2005 

Friedman, G. (2009) The Next 100 Years, Anchor Books/Random House NY

Bajrektarevic, A. (2009) Structural Differences in Security Structures of Europe and Asia  – Possible Conflicting Cause in the SEA Theater, The 4th Viennese conference on SEA, SEAS Vienna June 2009 

Hegel, G.W.F. (1807), Phänomenologie des Geistes (The Phenomenology of Mind), Oxford University Press, 1977 (page: 25 VII)

ABSTRACT:

Following the famous saying allegedly spelled by Kissinger: “Europe? Give me a name and a phone number!” (when – back in early 1970s – urged by President Nixon to inform Europeans on the particular US policy action), the author is trying to examine how close is Asia to have its own telephone number.

By contrasting and comparing genesis of multilateral security structures in Europe with those currently existing in Asia, and by listing some of the most pressing security challenges in Asia, this article offers several policy incentives why the largest world’s continent must consider creation of the comprehensive pan-Asian institution. Prevailing security structures in Asia are bilateral and mostly asymmetric while Europe enjoys multilateral, balanced and symmetric setups (American and African continents too). Author goes as far as to claim that irrespective to the impressive economic growth, no Asian century will emerge without creation of such an institution.

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Key words:

Security, multilateralism, Asian geopolitics and geo-economics, preventive diplomacy, nuclear weapons, border disputes, Council of Europe, OSCE, OAS, AU, EU, NATO, OIC, NAM, ASEAN, APEC, SAARC, GCC, SCO, KEDO, SEATO, BRIC, G-7, G-20, Japan, China, the US, Russia/SU, Alliance of Eastern Conservative Courts, pre-Napoleonic Europe, growth, middle class, nationalism.



[1] L’analisi delle relazioni sino-sovietiche e post sino-russe, mi permette di compararle con l’antico Impero Romano. Il blocco monolitico ha interiorizzato la propria frammentazione su una questione teorica, clericale simile che fornirebbe l’interpretazione esclusiva del testo sacro: Roma o Costantinopoli. Appare evidente che chi esercita il monopolio sull’interpretazione, detiene il grilletto ideologico, un vantaggio strategico significativo. Mosca insisteva che il comunismo di stampo sovietico era l’unico comunismo vero e autentico. Un grande scisma pose fine all’ultimo conflitto teologico (ma anche geopolitico) nell’antico teatro romano. Lo scisma sino-sovietico culminò con l’emancipazione ideologica e geopolitica della Cina (in particolare dopo il riconoscimento di Pechino da parte di Nixon). Inoltre gli scontri ideologici , il modello socio-economico e politico dell’Impero Romano fu fortemente contestato a partire del III secolo. L’Impero Romano d’Occidente continuò rigidamente a qualsiasi cambiamento strutturale, incapace dia adattarsi ai cambiamenti in atto. Si erose e lentamente scomparve dalla mappa politica. L’Impero d’Oriente si riformò con successo e Bisanzio continuò ad esistere per i successivo mille anni, come modello socio-economico e politico valido. Data la necessità urgente di rimodellare il sistema comunista ormai in declino, entrambi i leader di URSS e Cina, Gorbachev e Deng Xiaoping, aprirono la strada alle riforme. Il primo sconvolse l’URSS con la glasnost e la perestrojka. Il secondo, invece, governò la Cina con capacità e lungimiranza. Il diplomatico, nonché autore prolifico, Kishore Mahbubani (Il nuovo emisfero asiatico, 2008, pp. 44-45) fornisce una significativa e coraggiosa argomentazione al merito. Mahbubani accusa Gorbachev di aver rinunciato all’Impero Sovietico e non aver ricevuto nulla, mentre Deng intuì “il vero successo della forza e del potere occidentali..La Cina non permise agli studenti di protestare a Piazza Tienanmen”. Deng, quindi, tracciò una linea ben marcata per evitare il destino della Russi e concesse solo la perestrojka. La Cina è sopravvissuta , anche se conoscendo la prosperità economica solo negli ultimi due decenni. La Russia ha sofferto, invece, un precipitoso declino dopo la perdita dell’impero (inclusi l’alto tasso di suicidi e crimini, come anche la diffusione dell’alcolismo). Gorbachev si spostò verso gli USA e l’etichetta di una marca di vodka portava il suo nome.

[2] L’adesione potrebbe essere estesa in futuro a Timor Est e alla Papua Nuova Guinea.

[3] Simbolico o meno, il quartier generale dell’ASEAN è situato a meno di 80 miglia dal luogo del proprio precursore storico NAM, la conferenza Afro-Asiatica di Bandung 1955.

[4] I confronti possono portare a conclusioni inaccurate, dato che la storia trova spesso il modo di ripetersi. L’ottimismo prevale, comunque, alla fine. Possiamo tentare di collocare l’ASEAN di oggi al punto dove si trovava l’UE pre-Maastricht tra Trattato di Merge e L’Atto Unico Europeo.

[5] L’acronimo fu coniato originariamente da Jim O’ Neill, economista internazionale ai vertici di Goldman Sachs, nel suo rapporto del 2001: “Building Better Global Economic BRICs (Costruire economie globali migliori BRICs)”. Tale documento fu redatto su paesi che potrebbero fornire l’Occidente di beni e servizi primari e di forza lavoro a prezzo economico. L’elaborato suggeriva, infine, all’Occidente di bilanciare tale commercio con l’esportazione dei propri prodotti finali costosi. Il paper non prevedeva né la creazione di un raggruppamento di paesi BRIC e né lo spostamento nomade dei luoghi d’incontro dei meeting periodici. O’ Neill inizialmente scrisse Brasile, Russia, India e Cina, sebbene a un recente incontro in Sud Africa oltre all’invito ai BRICS,pendeva l’invito all’Indonesia (BRIICs).

[6] Tuvalu, un paese composto da un atollo d’isole che lentamente s’inabissano, mettendo a rischio lo stesso stato territoriale. Tale evento segnerebbe un precedente nella teoria del diritto internazionale – uno stato che affronta la completa perdita geografica del proprio territorio.

[7] Dichiarazioni dettagliate sul rischio d’impatto ambientale , incluse no-go zone, sono disponibili nei rapporti di CRESTA, organizzazione è sostenuta dalla Swiss RE, come consorzio delle compagnie leaders nel settore assicurazioni e recupero

[8] l dibattito intellettuale intrigante sta coinvolgendo il mondo occidentale. I temi sono fondamentali: Perché la scienza si rivolge alla religione? (L’economia praticata si basa sulla teoria economica liberale di ormai 200 anni fa di Adam Smith e della filosofia di 300 anni fa di Hobbes e Locke – praticamente congelata e rigidamente canonizzata in un’esegesi dogmatica. Il dibattito scientifico è rimpiazzato da una cieca obbedienza.) Perché la religione diventa politica ideologica (i testi religioni sono mal interpretati e ideologicamente riletti in Europa, Medio Oriente, Asia, America ed Africa? Perché l’etica (secolare o religiosa) è passata dalla comprensione bio-etica all’ignoranza ambientale antropocentrica? La risonanza di tali dibattuti vitali sta gradualmente raggiungendo le elite asiatiche. Al momento nessuno  può prevedere l’ampiezza e l’intento delle loro risposte , interne od esterne. Un aspetto è certo, l’Asia ha capito che l’integrazione (economica) internazionale non può essere un sostituto a una strategia di sviluppo valida. La globalizzazione, come vissuta in Asia e osservata altrove, non offrì una scorciatoia allo sviluppo, ancora meno alla coesione sociale , ai bisogni ambientali, all’impiego interno, all’avanzamento della classe media e alla salute pubblica.

[9] L’URSS era racchiusa nella sicurezza - (una cultura politica, riverita in molti paesi di grandi dimensioni, che i Sovietici ereditarono dallo Zar di Russia e portarono avanti) -  una caratteristica che sconvolse gli USA. Fu, invece, la cacofonia americana, vicina all’esibizionismo, dei dibattiti politici pubblici, che sconvolse i Russi e proprio tale rispettiva sorpresa rese difficile la previsione delle mosse dell’avversario. I Sovietici erano confusi dall’onnipresenza dall’apertura dei dibattiti politici negli USA, mentre gli Americani erano confusi per l’assenza di qualsiasi dibattito politico nell’URSS. Gli Americani sapevano bene che il vero potere risiedeva al di fuori del governo, nel Politburo sovietico. Si trattava, comunque, di una scatola nera (per utilizzare una vivida allegoria di Kissinger), dove le cose entravano e uscivano, ma nessuno sapeva , cosa stesse accadendo all’interno. Una volta tale decisone venne presa, i Sovietici l’attuarono in maniera rigida. Solitamente l’alternanza politica non si presentò, almeno fino ai cambiamenti al vertice del Politburo sovietico – eventi piuttosto rari. I Sovietici erano confusi, dall’altro lato, dalla costellazione equidistante dell’esecutivo americano , dagli apparati legislativi e giuridici (per il gusto sovietico c’erano troppi cambiamenti), l’avvio caotico di dozzine di agenzie di intelligence e di ulteriori rinforzi , il ruolo dei media e dell’opinione pubblica e la presenza di gruppi di lobby influenti che attraversavano trasversalmente il bipartitismo americano – tutto ciò che rientrava nel processo decisionale. Anche quando concordate, le azioni americane erano spesso alterate o rimpiazzate da turni zigzaganti. Gli USA erano incapaci di afferrare, dove terminava il Partito Comunista e dove, invece, iniziava il governo dell’URSS. Allo stesso modo, i Russi erano incapaci di capire, dove la corporazione economica finiva e dove, invece, iniziava il governo americano.  Paradossalmente la cultura politica di uno prevenne la comprensione e la conseguente previsione delle azioni dell’altro. Ciò che appariva la via logica per uno, diventava assolutamente impensabile e illogico per l’altro.

[10] Come concluse giustamente Waltz: “Le armi convenzionali pongono un premio sul colpire per primi in modo da guadagnare il vantaggio iniziale e definire il corso della guerra. Le armi nucleari eliminano tale premio. Il vantaggio iniziale è insignificante” dovuto al fatto che il secondo colpo viene dato a entrambi i belligeranti. (“La diffusione delle armi nucleari: un dibattito rinnovato” di Scott. D. Sagan e Kenneth N. Waltz, 2003, p. 112).

[11] Si assume che il Pakistan abbia qualcosa come 20 testate nucleari pronte alla fissione nucleare, l’India si stima circa 60 e la Corea (se alcune, non più di) solamente 2-3. Anche la Cina, considerata la nazione anziana in materia di nucleare, non dispone di più di 20 ICBM.

[12] Israele (una non dichiarata potenza nucleare) dovrebbe avere almeno 200 bombe con una fissione nucleare di bassa intensità.  Metà di queste è collocabile attraverso il missile di media gittata Jericho II, lanciatori fissi e mobili (nascosti e ricollocati). L’Iran ha testato con successo la precisione dei propri missili di media gittata e continua a lavorare ambiziosamente sulla generazione di missili a luna gittata. Allo stesso tempo, l’Iran potrebbe avere acquisito tecnologia nucleare per entrambi gli scopi (appare così lontano la proposta di pace). In tutto il Medio Oriente serpeggia la sete di nucleare, un seme di ambizione nucleare attraverso tutta la regione mediorientale (con Arabia Saudita e Turchia come gli ultimi timidi).

[13] “L’arte di amare”, Eric Fromm, 1956, pag. 76. Fromm lo scrisse ai tempi della Conferenza di Bandung.

[14] I cosiddetti Patners-Asiatici dell’OSCE per la Cooperazione sono: Giappone (1992) Korea (1994), Thailanidia (2000), Afghanitsan (2003), Mongolia (2004) e l’Australia (2009), All’nterno dei quartieri OSCE, sono  soprattutto Giappone e Thailandia a vantare una reputazione di essere molto arrivi.

[15] Probabilmente altri cinque stati ASEAN, rappresentati come sede a Vienna, potrebbero formalizzare la loro relazione con l’OSCE a un certo momento. Lo stesso passo potrebbe essere seguito dai rispettivi Segretariati di SAARC e ASEAN.

[16] In Europa e in Asia (anche quando i quartieri generali sono a Jakarta), vengo più volte invitato a chiarire la mia visione (ottimista) sui futuri sviluppi dell’ASEAN. Tale organizzazione, come l’UE, non ha altre alternative, se non sopravvivere e avere successo (sebbene al momento soffre molte mancanze, nonché il trovarsi lontano da un meccanismo multilaterale. Ogni alternativa all’UE è un grande accordo di Francia e Germania con la Russia – significherebbe però ritornare all’Europa del XVIII – XIX secolo, fino ai primi del ‘900, ovvero guerre e distruzioni. Ogni alternativa all’ASEAN sarebbe un accomodamento di particolari membri ASEAN a Giappone, o Cina, o India e potrebbe significare pochi blocchi estesi su un corso di collisione pericoloso. Sebbene, paradossalmente abbastanza nei casi di UE e ASEAN, non è (solamente) la capacità interna , ma la costellazione esterna che mi rende ottimista riguardo i loro rispettivi successi


    
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